Il ballo dei fantasmi – Cronaca di un preventivo.

Il ballo dei fantasmi - Cronaca di un preventivo

Il ballo dei fantasmi – Cronaca di un preventivo mai inviato

Ho visto tutto: le richieste sincere e quelle costruite, i clienti reali e i fantasmi dietro una telefonata. Ho imparato a riconoscere la differenza, a non farmi più ingannare. Questo pezzo racconta una telefonata come tante, un piccolo episodio che però dice molto di più sul sistema in cui lavoriamo. Su quanto la professionalità sia spesso solo un’illusione, una maschera che indossiamo mentre intorno tutto sembra un gioco di specchi.

Non è una telefonata, è un rito che si ripete sempre uguale. Un numero sconosciuto, nessun nome, nessuna traccia. Dall’altra parte, una voce gentile, misurata, persino premurosa, ma priva di qualsiasi identità reale. Dice: “Buongiorno, chiamo per un preventivo.”

Un professionista lo riconosce subito: quella non è una richiesta, è un segnale. Arriva con lo stesso automatismo di un’intermittenza nervosa: un gesto involontario, che però rivela molto. So già come andrà, ma rispondo comunque. Non per fiducia. Per disciplina. Perché in questo mestiere si impara a trattare ogni contatto come fosse autentico, anche quando tutto suggerisce il contrario.

Comincio a fare domande. Quante famiglie, che tipo di fabbricato, quale situazione devono affrontare. Le risposte arrivano, ma restano in superficie. “Una decina di famiglie.” “Condominio normale.” Parole generiche, senza corpo, usate non per informare ma per proteggersi. “Normale” è una parola che serve a non dire nulla. È la scorciatoia di chi vuole ricevere senza dare.

Eppure so bene cosa si nasconde dietro un condominio “normale”. Sono luoghi dove l’amministratore precedente è scomparso e nessuno si è preso la briga di sostituirlo. Dove non si tiene un’assemblea da anni, dove i balconi sono abusivi, le cause si trascinano, i millesimi sono scritti a penna su un foglio volante. Dove le tensioni tra vicini si annodano a una burocrazia dormiente e il vero problema non è tecnico, ma umano.

Nonostante tutto, provo a costruire un quadro. Non perché ci creda, ma perché un professionista serio non lavora a vuoto. Dare cifre approssimative a chi non ha nemmeno voglia di essere chiaro è un modo per perdere tempo, ma anche per perdere se stessi. Quindi insisto, ascolto, pongo altre domande. E lentamente, tra omissioni e vaghezze, emerge qualcosa che somiglia a una situazione reale.

Quando il contesto si definisce abbastanza da poter formulare una stima ragionata, arrivo al punto decisivo. Chiedo un indirizzo email per inviare il preventivo.

È proprio lì che si rompe qualcosa. Il silenzio che segue non è esitazione, è valutazione. Dall’altra parte si fa un calcolo rapido, quasi istintivo: vale la pena lasciare una traccia? Esporsi, anche solo con un contatto? La risposta è quasi sempre no.

Arrivano le scuse prevedibili. “La richiamo io.” “Adesso non posso.” Oppure la più abusata, quella che chiude ogni spiraglio: “Sa, per la privacy.”

La privacy. Magari dopo avermi raccontato dettagli su chi litiga con chi, chi non paga le spese, chi tiene il cane che abbaia a orari fissi. Dopo aver condiviso nomi, dinamiche, rancori personali. Ma l’indirizzo email no. Quello è sacro.

A quel punto tutto è chiaro. Non è cautela, è tattica. Non è paura, è convenienza. Non vogliono proteggere se stessi, vogliono restare nel vago. Nessun vincolo, nessuna responsabilità. Cercano solo un numero, una cifra da usare altrove, in un altro contesto, davanti ad altre persone.

Capisco di non aver parlato con un cliente. Ho parlato con un raccoglitore. Uno di quelli che cercano solo un dato da sventolare in assemblea, per dimostrare che “fuori si spende meno”. Oppure un collega mascherato da condomino, che chiama per sondare il mercato, per imitare, per costruirsi un’offerta sulle spalle altrui.

Non stanno cercando una relazione professionale. Non vogliono un interlocutore, vogliono un appiglio. Non chiedono un lavoro fatto bene, chiedono un pretesto. Spesso nemmeno per sé, ma per colpire qualcun altro.

A quel punto chiudo la telefonata. Non con fastidio, ma con chiarezza. Ho smesso di illudermi che tutti quelli che chiamano vogliano davvero parlare.

Il problema non sono loro. È il sistema in cui ci siamo messi. Un sistema dove la competenza si consulta, ma non si retribuisce. Dove l’esperienza si succhia a distanza, senza mai assumersi il peso di una relazione vera. Dove il professionista è visto come una risorsa da estrarre, non come una figura con cui costruire qualcosa.

La figura dell’amministratore è diventata ambigua. Viene cercata quando serve un colpevole, ignorata quando servirebbe una guida. Eppure continuiamo a rispondere, a spiegare, a formulare preventivi. Con la vaga speranza che prima o poi, dall’altra parte, risponda qualcuno che abbia voglia di esporsi, di farsi riconoscere, di esistere.

Io non voglio piacere. Non voglio convincere. Voglio solo che il mio tempo sia preso sul serio. Il minimo, per cominciare, è un indirizzo email. Una traccia. Un segno che la richiesta era reale, che non si è consumata nel vuoto.

Sono consapevole che Il ballo dei fantasmi continuerà. Loro continueranno a chiamare, sperando di ingannare qualcuno con numeri buttati lì senza senso, come se bastasse qualche parola vuota per costruire un castello. Mi chiedo se davvero pensino che il mondo funzioni così: che la professionalità sia un gioco da tavolo in cui si spostano pedine senza regole, o che un’email sia troppo impegnativa da lasciare. Dev’essere comodo vivere nell’illusione che basti una telefonata senza nome per ottenere tutto ciò che si vuole. A volte, penso che questi fantasmi non si rendano conto di quanto banale sia il loro travestimento.

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